Agenzia Hawzah News – La guerra recente ha mostrato che accanto al conflitto armato si combatte una battaglia altrettanto strategica: quella delle narrazioni. Le documentazioni audiovisive sono i “missili mediatici” dell’Iran islamico — un’arma capace di difendere la nazione anche sul fronte dell’opinione pubblica mondiale.
Il documentarista Mohsen Eslamzadeh evidenzia che oggi la guerra dei media ha lo stesso peso delle operazioni militari. L’Iran deve produrre e diffondere la propria narrazione, opponendosi alla pressione psicologica e cognitiva del nemico. Per questo i documentaristi hanno una funzione vitale: registrano la verità dei fatti e la portano all’attenzione globale. Eslamzadeh cita tra gli esempi più dolorosi l’attacco alla scuola di Minab, in cui sono rimasti uccisi molti bambini innocenti — immagini che, devono far comprendere al mondo la giustezza della causa iraniana.
“Ogni missile iraniano è un mezzo di comunicazione”, afferma Eslamzadeh. Le operazioni militari stesse trasmettono al mondo un messaggio di forza e autodeterminazione. Mai, dopo la Seconda guerra mondiale, un Paese aveva colpito così direttamente posizioni statunitensi, e questo mostra la capacità dell’Iran di rispondere con fermezza e dignità. Ma, aggiunge, oltre ai missili servono documentari e produzioni mediatiche capaci di raccontare quella stessa determinazione con immagini e parole.
Eslamzadeh e un gruppo di colleghi stanno realizzando “Dal cuore dell’Iran”, diretto da Vahid Faraji e trasmesso sia dalla televisione nazionale sia da canali internazionali con sottotitoli. La serie documenta la quotidianità in tempo di guerra, mostrando volti e storie del Paese al di là del fronte militare. Realizzata nei primi giorni del conflitto, la produzione ha coinvolto giovani filmmaker che, nonostante i bombardamenti, hanno lavorato con abnegazione, completando gli episodi sotto il fuoco nemico.
Grazie a questa esperienza è nato un centro mediatico spontaneo: una rete di cineasti e giornalisti che si muove rapidamente nei luoghi degli eventi, produce filmati, li traduce e li diffonde online per un pubblico mondiale.
Per Mostafa Shouqi, direttore della “Casa del Documentario”, i registi sono i narratori sinceri della resistenza del popolo. Le loro opere, dice, rafforzano la solidarietà interna e la fiducia collettiva nei momenti di crisi. Dopo la perdita della Guida suprema, raccontare la guerra è diventato più difficile, ma anche più necessario: di fronte al pericolo — spiega Shouqi — le divergenze si dissolvono e l’Iran torna unito.
La Casa del Documentario ha attivato sin dai primi giorni del conflitto diversi team di registi esperti di Siria, Iraq e Libano. Le loro immagini, integrate in progetti coordinati, alimentano un archivio visivo della guerra e della risposta dell’Iran sul piano umano e patriottico.
Nella visione dei registi iraniani, il documentario è un’arma culturale, capace di difendere il Paese non solo con la memoria ma con la verità visiva. Un mezzo per rispondere alla propaganda nemica, affermare l’identità nazionale e mostrare al mondo l’immagine di un Iran saldo, resistente e capace di trasformare la narrazione in strumento di forza e di sopravvivenza.
A cura di Mostafa Milani Amin

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